Caravaggio: luci e ombre del pianeta Rock

Caravaggio: luci e ombre del pianeta Rock

Caravaggio

In molti vi starete chiedendo perché in una mostra dedicata al rock è stata inserita una piccola sezione dedicata a Caravaggio; domanda lecita ma quando ‘rock’ è inteso come un modo di essere ecco che il grande poeta lombardo vi rientra di diritto. Artista incredibile che riteneva la vera arte solo quella che si vede, quella che c’è, dalla vita tormentata e genio assoluto, fece tappa nella nostra Napoli per due volte (nel 1606 e nel 1609) e nonostante il bando capitale (a Roma aveva ucciso Ranuccio Tommasoni) che lo faceva essere un uomo in fuga, fu un periodo piuttosto prolifico per la sua arte.
Napoli lo accolse ed in essa il maestro trovò degli spunti incredibili. A Napoli tutto avviene come in una scena teatrale, le strade fungono da quinta e la gente sono gli attori che si muovono sul palcoscenico. La Napoli seicentesca con lazzari e plebei diventa lo scenario di opere fondamentali per il percorso artistico del pittore: penso a Le sette opere di misericordia, alla Flagellazione al Martirio di Sant’Orsola.
La Napoli che dovette presentarsi agli occhi, inquieti quanto penetranti, di Caravaggio ai primi del Seicento era senz’altro di cospicue dimensioni, popolosa, dall’ampio circuito murario intervallato da ben 31 porte. Politicamente caratterizzata dal consolidamento indiscusso dell’egemonia spagnola, che ne ha pervaso il costume, la lingua, gli stili di vita, eppure come incerta e combattuta ancora su qualche strada prendere, tra le suggestioni, variamente assecondate dai Vicerè di turno, dall’Ossuna al Lemos, oscillanti fra monarchia popolare e repubblica aristocratica.
Una città in fermento culturale, artistico dove a partire dalla metà del ‘500 si afferma il genere autoctono per eccellenza, ossia la “canzone villanesca”, poi chiamata “villanella” o semplicemente “napolitana”, che va ad affiancarsi e certe volte a sovrapporsi madrigale, che naturalmente resta la forma musicale profana per antonomasia. Prova di ciò, le raccolte di Canzoni villanesche alla napolitana di Giovan Tommaso Cimello, Vincenzo Fontana, Giovan Domenico del Giovane da Nola, Giovan Tommaso de Maio e di altri, tutte pubblicate poco prima della metà del secolo. Sono questi gli anni in cui la città annovera compositori e strumentisti di pregio: Luigi Dentice e suo figlio Fabrizio; il Cimello; Giulio Cesare Brancaccio; Del Giovane da Nola (maestro di cappella all’Annunziata); Scipione del Palla (maestro del Caccini); Giulio Severino famoso liutista; Giovan Leonardo dell’Arpa, e altri ancora.
La qualità della vita, infuriando peste e carestie era piuttosto bassa; dagli orti e giardini sparsi in città provengono gli alimenti-base di un ‘regime’ dietetico che fa dei napoletani dei “mangiafoglie”, anche se in procinto di trasformarsi in “mangia maccheroni”, come detto, risaputo e ripetuto ovunque.
Un città caratterizzata da mille contrasti ed ambiguità; in fondo, in una realtà siffatta Caravaggio dovette provare la sensazione di ritrovarsi, se non di riflettersi come in uno specchio, magari pure deformante; e Napoli rinvenire nel sommo Artista chi fosse capace di esprimerla, rappresentarla, impersonarla.

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